E' un periodo davvero strano, uno di quei momenti in cui nonostante l'esperienza la saggezza e la maturita' acquisita, non riesci a capire cosa vuoi e cosa cerchi dalla tua vita.
E allora tendo a rifugiarmi nel mio mondo, fatto delle persone a me affini, che mi conoscono, che conosco, con cui posso parlare apertamente e profondamente di quello che mi capita, di quello che succede nel mondo, di quello che vorrei dalla mia vita.
I miei amici.
Non c'e' nulla che riuscira' mai ad allontanarmi da loro, sono la mia vita, sono come sono io.
Sono le persone con cui non mi stanchero' mai di parlare, di confrontarmi, di litigare, di crescere.
Ed insieme a loro chi c'e'? C'e' M. che e' sempre li', presente e pronta ad ascoltarmi e ad abbracciarmi quando ne ho bisogno. C'e' C., nuovo acquisto, ma che e' in grado di regalarmi con un sorriso e con una frase l'energia per affrontare una nuova serata se non proprio la vita.
C'e' G. che mi vuole e a cui voglio un bene sconfinato, e che e' la dimostrazione che un ragazzo e una ragazza possono essere amici senza farsi coinvolgere da qualcosa di piu'.
E poi c'e' A. che non vedo e non sento mai, ma che nell'ombra mi segue sempre, e' sempre in ascolto e quando meno me l'aspetto mi manda un sacchetto pieno di affetto e mi sorregge.
Cosa mi lega cosi' tanto a queste persone cosi' diverse tra loro? Il grandissimo e profondissimo dialogo. La capacita' e la possibilita' di parlare, di essere capiti, essere compresi, nell'animo, nel profondo.
Adoro scrivere, e soprattutto adoro il fatto che chi mi legge abbia la capacita' di comprendere ogni sfumatura, il significato e il motivo di una parola utilizzata al posto di un'altra.
Adoro la musica e passerei le notti a parlarne, a giudicare, criticare, la melodia o il testo di questo o di quel brano.
Adoro studiare la psicologia delle persone, comprenderne il carattere, prevederne le reazioni.
Adoro la cultura, pur essendo un grande ignorante, la lettura, impazzisco se leggo Baricco e mi fanno schifo i libri di Stephen King. Non mi piace il freddo romanticiscmo di Herman Hesse, piango leggendo Hikmet, mi emoziono sulle righe di Neruda e mi diverto da matti con le fllli storie diBenni.
Il mio sogno sarebbe essere il proprietario del bar sotto il mare. Un posto dove ognuno possa raccontare la sua storia, o una storia, che sia vera o inventata poco conta.
Potrei stare un anno senza che nessuno scuota i miei testicoli, ma non potrei sopravvivere una settimana senza che qualcuno scuota i miei neuroni.
Il mio consiglio e' di vivere il piu' possibile, tutte le esperienze, tutto quello che puoi fare. Non rimanere ferma e immobile nel tuo piccolo mondo. Tira la testa fuori, viaggia, conosci, annusa, respira, guarda, leggi...
Il mondo e' la fuori ma tu ancora non lo conosci. Insegui una, mille passioni. Approfondiscile. Non lasciare le cose a meta'.
Se decidi di fare qualcosa, falla fino in fondo.
Ma soprattutto, viaggia e leggi. Sono le cose che in assoluto e piu' di tutto potranno aprirti la mente e farti crescere.
E creati un'ambizione. Non accontentarti mai delle mezze misure. Convinciti di quello che sei, di quello che meriti, di quello che vali.
Questa citta' ci uccide, ci smorza, ci affossa.
Se non siamo in grado di inventarci qualcosa, rischiamo di rimanere nella media e mediocre massa. Bisogna emergere, tirare fuori la testa, fare cose che possano riempirci di orgoglio, di soddisfazione.
C'e' bisogno di arrivare a 50 anni e poter raccontare ai propri figli, ma prima di tutto a se stessi, che qualcosa nella vita la si e' fatta.
Un segno, una traccia, un solco su questa terra l'abbiamo lasciato. Qualcuno si ricordera' di noi, fosse anche per una sciocchezza.
Che sia un libro scritto, un buon cocktail alla frutta, un assolo di chitarra, una voce splendida, il progetto di costruzione di un palazzo, o un'attivita' di volontariato.
Non importa quale sia il motivo, ma bisogna di cercare di emergere, dare un senso alla propria vita.
Nessuno muore con la convinzione di aver fatto tutto quello che avrebbe voluto, ma sarebbe bello andarsene ricordando almeno tre cose che ci hanno riempito la vita.
Questa che ti mando e' una poesia di Neruda. Ognuno di noi dovrebbe stamparsela in grande, appenderla in camera e leggerla prima di uscire di casa al mattino.
A sera bisognerebbe rileggersela e chiedersi se nella giornata si e' stati in grado di rispettarne i principi.
In caso contrario dovremmo trovare il modo per riuscirci il giorno seguente.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
martedì 2 gennaio 2007
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10 commenti:
"Vivere ogni ora all'altezza dei propri sogni", diceva un bel libro che ho letto tempo fa...Finalmente mi rendo conto che non è impossibile. E questo grazie alle persone che mi stanno vicine, quelle che, come dici tu, sono come sono io.Una volta che le hai trovate sono la ricchezza più grande.
Un abbraccio :-)
le cose che dici sono giuste ma sicuramente sai che avere un ambizione nella vita non è tutto. Voglio rinfrescarti la memoria con questa:
"Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se 1’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente, e che con gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte citta egizie
impara una quantita di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
raggiugerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà
deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare".
In realtà è come dire che "tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata".
Fa tesoro di ogni cosa che vivi in qualsiasi punto del mondo tu sia "costretto" a rimanere. Una volta una persona mi ha detto:
"Si sta bene...questo mi hai detto. Ne parli gia' da persona che ci rimarrebbe per tutta la vita, quasi rinnegando i posti che ti hanno cresciuta.
E' comprensibile, quella citta' significa per te possibilita' di affermarti, di crescere, di realizzarti.
Ma non dimenticarti di noi, che rimaniamo qui a cercare di fare qualcosa di buono, noi che non ci siamo arresi, che ci crediamo ancora nei nostri luoghi e nelle potenzialita' che possono offrire. Noi che cerchiamo di crearle queste potenzialita', con tanti sforzi, sacrifici, tanta passione e tanto impegno".
Bè, a volte penso che abbia ragione lui...
Forse avro' avuto ragione, intanto tu non vedevi l'ora di ripartire. Ma forse e' proprio questo l'equilibro. C'e' chi va e chi rimane. Chi rimane lo fa anche per chi e' partito, chi parte spera che chi rimane abbia le forze per resistere.
Itaca e' lo stimolo, ma senza di uno stimolo nessuno si avventurerebbe in un viaggio. L'ambizione porta a vivere e vivere porta a VIVERE. Se anche non si raggiungesse l'isola bramata, rimarrebbe la fortuna di aver navigato.
Il guaio e' quando si decide di rimaenere sul molo senza mai imbarcarsi.
Questo argomento, mi fa riflettere, mi fa disperare e mi incazzare a volte e quelcuno a me vicino lo sa bene.
Forse dirò cose scontate che qui, molto poeticamente, sono state enunciate, ma soffro ogni volta che qualcuno a me vicino va via, ma sapendo che il viaggio iniziato è un viaggio di ricerca, sono contenta che l'abbiano intrapreso. Torneranno arricchiti (se torneranno). Mi rattristo, e la tristezza diventa sconforto, quando chi intraprende il viaggio, non lo fa per "cercare" qualcosa, bensì lo fa per rinnegare le proprie radici e il proprio passato, come un cappotto scomodo e troppo piccolo che togli quando ormai inizia la bella stagione e non ti serve più. Durante l'inverno, però,ti ha tenuto al caldo.
Bollicina comprendo le tue argomentazioni, ma devo anche dire che proprio ultimamente, sempre piu' spesso, ho notato che in quel cappotto la gente si rifugia, si nasconde, si rilassa e si trastulla.
Quando parlo di lasciare il molo, non parlo soltanto di espatriare, andar via lontano, ma anche di decidere di fare il pescatore nei propri mari. Qui di pescatori ne vedo sempre meno. I ragazzi rimangono al bar del porto a gozzovigliare. E sara' sempre peggio se ci sara' qualcuno sempre disposto a comprar loro confezioni da cento di bastoncini findus.
Scusate l'acidità e l'estremismo dell'affermazione. Ma ... sono sempre i peggiori quelli che se ne vanno. Tutta la pappardella su Poetica su Itaca et simili ... sono solo parole frutto di un banalissimo copia incolla ... uhm scusate se è poco, ma ultimamente le mie parole costano molto.
Calma, calma...
c'e' molta gente che e' dovuta partire per effettiva necessita'.
Definire tutti "i peggiori" e' quantomeno approssimativo. E' proprio questo il punto. Bisogna lavorare affinche' questa citta' possa offrire piu' possibilita' ed evitare la fuga obbligata. Ma per obbligata intendo a livello esclusivamente lavorativo e non mentale.
Il "me ne devo andare perche' qui non c'e' nulla" detto cosi' a prescindere, non lo condivido affatto neanche io.
Non si può generalizzare, ci sono situazioni e situazioni.
L'amarezza nasce quando, come ho già detto, chi è pronto, non appena voltato l'angolo, a disprezzare la sua "casa".
Ci sono sicuramente situazioni diverse di chi, come gli emigranti di una volta, parte con la morte nel cuore e con la speranza di tornare a "casa" arricchito di esperienze nuove.
nino...ha scordato la D.
:-)
Ho appena scoperto che la poesia "Lentamente muorenon è stata scritta da Neruda. Vedi qui.
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