Non voglio ora discriminare tutta quella parte di umanità che per circostanze di vita o per occasioni mancate, ha eluso dall'esistenza il suo rapporto con il mare. Il mare è innanzitutto uno stato d'animo, un'inclinazione emotiva, una vocazione congenita alla propria natura.
Si può essere uomini (o donne) di mare anche restando una vita intera sulla terra, poiché l'esperienza reale è a volte più debole e meno avventurosa di un anelito interiore e di tutto ciò che esso può determinare nella vita solo pensata e immaginata.
Chi sono dunque gli uomini di mare? Ne ho incontrato qualcuno nel corso degli anni, più sui libri o nei sogni, a dire il vero, che sulle banchine di un porto; ma mettendo insieme i pezzi degli uni e i frammenti degli altri, mi sono fatta un'idea di cosa intendo quando penso ad un uomo di mare.
Penso ad un essere che nel volto esprime bellezza e tormento; penso ad una voce capace di note profonde come di smisurati silenzi; penso ad una disposizione del vivere che, come direbbe Benedetto Croce, sia "l'unione del tumulto e della calma, dell'impulso passionale e della mente". Penso, tuttavia, ad un essere in qualche modo eletto, la cui anima sia solcata dalla scia di un'eterna ribellione, da un moto di vitale tensione.
E immagino anche che un uomo di mare navighi tra i suoi giorni e le sue notti cercando approdo nell'arcipelago dei sentimenti estremi e contrapposti, e sfugga sempre agli ancoraggi definitivi e irrevocabili.
Gli uomini di mare a cui penso hanno dentro di sé cieli azzurri e tersi sopra mari in burrasca; cercano lagune radiose tra le scogliere battute dal vento, riescono a costruire castelli di sabbia su una riva saccheggiata dalle onde dell'oceano. Vivono insomma in quella selvaggia sponda della vita dove l'istinto e la ragione si combattono in un abbraccio inestricabile. Gli uomini di mare che vorrei incontrare hanno nei pensieri il respiro degli spazi sterminati, la perturbabilità delle emozioni, l'impeto di un'onda e la sua stessa resa.
Agli uomini di mare vorrei che il mare stesso avesse detto che quella solare superficie non è che l'altra faccia della sua profondità e che la calma di vento segue alla tempesta. Vorrei che dicesse loro, di come ogni ombra disegni l'esatto profilo del sole, così come ogni bagliore di felicità sia l'emersione dal sottofondo di un dolore.
Negli uomini di mare, le rare volte che li incontri, incroci quello sguardo impenetrabile di chi negli occhi riflette sempre un punto di fuga più lontano; è uno sguardo benevolo e fuggente; in quegli occhi, a guardar bene, vibra la luce di una cieca infatuazione per la libertà.
Gli uomini di mare che ho letto e visto hanno sempre qualcosa di tutto ciò che ho scritto: li attraversa una corrente, li lambisce un'illusione, li tiene in vita un orizzonte. Nessuno di essi ha l'animo legato ad un ormeggio, il cuore fermo in porto e una rotta già scritta sulla carta. Per tutti loro il mare, mi è sembrato di capire, è la terra di una vita promessa, è il ricordo di una libertà negata, il risveglio di una libertà sognata. O, più semplicemente, l'aspirazione ad una vita che viva sopra le righe, sopra le onde, sopra le ore e i giorni.
da "le parole del mare" di Valeria Serra
8 commenti:
allora....quand'è che sforni? Io resto in attesa per leggerti ancora...k
accidenti che pezzo meraviglioso
e allora, uomo di mare, è mai possbile che se lancio una ricerca su google con "uomini di mare" mi vieni fuori tu? :)
...elisa
Che spettacolo!
Domineremo il mondo ;)
come mai dell'autrice di questo meraviglioso pezzo, non sappiamo nulla? possibile che una persona tanto dotata non abbia scritto altro?
Per quello che so, il libro e' solo una raccolta fatta da Valeria Serra, di scritti di vari autori. Ho ordinato il libro e spero di scoprire che ha scritto queste righe che ritengo meravigliose.
IL POSTINO DELLE ISOLE di V. Serra
Jacques Brel ha rincorso sogni che non appaiono in nessuna cartolina.
Per la sua definitiva fuga dai clamori del successo, aveva scelto una delle terre più estreme degli oceani: niente spiagge bianche, niente lagune di corallo. Il suo era un sogno ardito, sperduto, pieno di riverberi: Hiva-oa, nelle selvagge Isole Marchesi. Una cattedrale verde, che scende a strapiombo sul mare più solo e vuoto della terra. Il contrappunto più forte che potesse concepire, alla folla adorante che lo applaudiva all’Olympia.
La sua tomba è una pietra nera di vulcano, che riluce nei verdi violenti della giungla equatoriale. Aveva scelto, come Gauguin che gli riposa accanto, un esotismo che fosse come lui, controverso, irraggiungibile.
L’ho scoperta per caso quella tomba alle Isole Marchesi, cercando appunto, quella di Gauguin, del pittore che era fuggito in Polinesia per ritrovare l’età dell’innocenza.
Hiva-oa, oggi, la raggiungi con un cargo che parte una volta al mese da Tahiti, l’Aranui. Ti appare da lontano, quasi ti spaventa questa dolomite che irrompe nel vuoto dell’oceano.
Nessuna dolcezza: una gola impenetrabile, cavalli bradi con la criniera lunga e spettinata, uomini tatuati dalla testa ai piedi, e, intorno, la solitudine più solitudine che abbia visto mai. Ma era questa l’isola che Brel aveva scelto, per vivere il suo sogno, e per morire.
Nella sua “prima vita” ha scritto e cantato per ciascuno di noi. Di noi quando siamo persi nelle pretese dell’amore.
“Ne me quitte pas”; ma fu la vita stessa che lo lasciò presto. E troppo giovane, ad appena 49 anni. Jacques Brel non aveva paura di morire. Ad un amico che gli aveva chiesto – perché proprio laggiù e così lontano dalla civiltà - lui aveva risposto che “nessuno come gli indigeni delle Isole Marchesi parla della morte come fosse stata un frutto o un fiore”.
Brel aveva saputo perseguire testardamente un sogno; non uno di quei mezzi sogni, ma uno grande, vero. Quando si sogna si deve sognare il massimo intuibile. E lo fece.
Era nato a Bruxelles in una famiglia di industriali, molto agiata. Si era sposato presto: la sua vita era già scritta. Ma sono musica e parole a dargli la sola vibrazione vera. A 24 anni lascia tutto, affetti e patrimonio, e parte per la Ville Lumiére.
Vuole cantare. Vuole scrivere e cantarlo ciò che scrive. Ottanta provini vanno male. Ma lui continua a crederci, tra una Gitanes e l’altra. E un giorno, ci crede anche un impresario, un certo Jacques Canetti, fratello dello scrittore Elias. In poco tempo, Brel riempie i teatri di Parigi, e i vuoti di infiniti cuori in tutto il mondo.
Poi, nell’orgasmo dei consensi, invece di nutrirsi del compiacimento e sguazzare nelle mille luci del successo, si sottrae, scompare. Complice anche la malattia che se lo porterà via qualche tempo dopo. Scompare dalla ribalta della notorietà per dare vita al suo sogno precedente: quello di bambino.
Ma com’è fatto, com’è fatto un sogno di bambino? È fatto che ci sono aeroplani da pilotare e velieri da condurre oltre l’orizzonte, fino a un’isola lontana. Jacques Brel, a quarant’anni e passa, questo non se l’é mai dimenticato. E non dice “vorrei andare a vivere su un’isola selvaggia”.
Ci va. Punto.
Mesi di navigazione a vela sul suo cutter “Askoy” verso i Mari del Sud. Poi, chi lo sa, forse il ricordo di “Taipi” di Melville, decide di fermarsi proprio lì, nel luogo apparentemente meno seducente del Pacifico. Le belle e tenebrose Isole Marchesi.
Laggiù capisce per la prima volta di cosa è fatta l’essenzialità. E gli piace.
Tira fuori il suo vecchio brevetto di pilota; si compra un piccolo aeroplano, e come un piccolo principe del cielo, fa il postino, tra Tahiti, le Isole Marchesi e gli arcipelaghi vicini.
Il mondo lo reclama, anche se lui sa di non aver mai smesso di cantare.
Non erano più dischi di vinile, ma incisioni impresse con la scia del suo biplano. Suonavano di vento, a metà tra il cielo e il mare.
Maestrale che dire...
GRAZIE!
Per la visita ma soprattutto per questo contributo.
A presto
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