Da "La casa dei Giglio" di Franco Perricone
Un foglio bianco da riempire, uno spazio immenso per innumerevoli pensieri, che ti mordono dentro, che ti aspettano impavidi e ti sfidano. E tu, allora, ti metti in ascolto, speri di vincere questa grande battaglia con te stesso, e poi, ala fine, forse vinto dalla stanchezza, gioisci, e con coraggio affronti quel foglio bianco.
Ti abbaglia, ti rattrista, ma ti affascina, ed è proprio in quel momento che, tra il fare e il non fare, la mano ti scivola veloce e come l'aratro solca il terreno, la penna fa da sovrana, lasciando su quel bel foglio candido tracce eterne di pensieri, trasformati in parole, fiumi di parole, che belle o brutte che siano, mostrano, a chiunque le legga, tutto ciò che conservi, che hai immolato per il bene o per il male.
Parole forse dettate dalla rabbia, segnate dal tempo, dure anche con te stesso e con gli altri, ma necessarie, incisive e prorompenti, che spiegano, che divulgano e che soprattutto danno emozioni. Se non fosse che se ne conosce l'origine, oserei dire che solo Dio avrebbe potuto architettare la scrittura.
Quando scrivi, tutto quell'insieme di vocali e di consonanti sembrano materializzarsi al punto, da rendere vivo il susseguirsi delle azioni e, come nella scena di un vecchio film in bianco e nero, sfilano davanti agli occhi, dandoti la sensazione di condividerne la parte.
Così come un attore, ti trovi immerso tra le righe, divenendo per un momento la riga stessa, e, tuffandoti in un'orgia di pensieri e di parole, vai descrivendo sogni di terre e mondi lontani.
mercoledì 26 dicembre 2007
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